Tudor Arghezi, un Paraculo Polimorfo

Tudor Arghezi, un Paraculo Polimorfo

“Se mi sono fatto un nome letterario, me lo son fatto di notte, con le braccia tremanti della stanchezza della terra. Sono passato tra i vortici come un cane che non si lascia travolgere, preoccupato di sottrarre al naufragio un solo oggetto. L’oggetto del mio cane era… la penna. L’ho tenuta in bocca per anni con coraggio. Scrivo da quarant’anni, ma debutto ogni giorno, come la prima volta, quando riempii di segni un foglio di carta. Sono uno scolaro eterno. Meno di uno scolaro, sono un ripetente. Il numero della classe dalla stoffa della manica mi è passato sul braccio: galeotto per sempre del pensiero sepolto nella parole e cementato insieme con essa”.

La prima raccolta di T. Arghezi si chiama “Cuvinte potrivite” (“Accordi di parole”) ed esplode come una meteora nel 1927, quando il poeta ha ormai cinquant’anni; era nato a Bucarest nel 1880, e a Bucarest morirà nel 1967. Prima di allora, in quanto a scrittura, a livello ufficiale, “solo” una sfolgorante esperienza nella scrittura di phamplets – nella quale è lecito collocarlo tra i migliori – e storie per bambini, e una instancabile attività pubblicistica.

In realtà, la poesia di Arghezi circolava clandestinamente e per rari bibliofili già attorno al 1914; come testimonia Al Rosetti: “Avevo incontrato il nome di Arghezi in alcune effimere riviste verso l’anno 1914… e avevo letto, illuminato da una nuova fiamma, la prima raccolta di poesia di T. A., Agate negre, che circolava manoscritta”. E vale la pena citare anche le parole di B. Fondoianu: “A quei tempi Arghezi era poeta solo per qualche amico e per qualche efebo, […] Il volume di Arghezi stampato da noi si chiamava Agate Negre e non Cuvinte potrivite. Lo consideriamo come una prima edizione originale, eseguita per rari bibliofili”.

Ma cosa sono queste Agate Negre? E perché T. Arghezi ha fatto dire, a Ibrailenu, “In un modo si è scritto prima di Arghezi, in un altro modo dopo di lui”, e a Tudor Vianu: “Dopo Eminescu, Arghezi realizza la più profonda riforma della lingua poetica che la storia della letteratura romena registri”?

Una vita a margine di tutto

Prima di rispondere a queste domande, o perlomeno provarci, va ricordato che Arghezi si è sempre rifiutato, fino appunto al 1927, di pubblicare un suo volume rappresentativo, perché disgustato dal doverlo chiamare, altezzosamente, “Opere”. Pertanto molti critici hanno lamentato l’impossibilità di valutare, nel quadro della poesia romena ed europea, l’opera di Arghezi.

Sicuramente, senza un volume rappresentativo, è arduo valutare e incasellare un contributo poetico, ma è altresì vero che, questa impossibilità lamentata dai critici, riflette alcune caratteristiche dell’uomo e del poeta Arghezi: l’insofferenza a farsi ingabbiare in etichette, la rabbiosa e sistematica ostinazione nel rifiutare scuole, movimenti, correnti. Arghezi non voleva essere né avanguardista né tradizionalista, tantomeno modernista, figuriamoci ortodossista – seppure la sua irrisolta crisi religiosa, dai risvolti carnali per non dire fecali, può essere letta nell’ottica ortodossista del “trascendente che scende”.

In una parola, Arghezi era un anarchico. E lo era a tutti i livelli: nella lingua, nelle idee politiche, nella vita, nella poesia; e perfino con Dio. In uno dei suoi salmi, raccolti in “Accordi di parole”, Arghezi scrive all’ultimo verso – e le chiusure di Arghezi sono spesso spettacolari cortocircuiti comico-grotteschi – , rivolto a Dio: “Vreau sa te pipai si sa urlu: “Este!” ovvero: “Voglio palparti e urlare: Esiste!”.

Dove “pipai”, in rumeno, più che toccare, ha proprio il significato carnale di “palparti”. Ciononostante siamo ben lontani, ancora, dallo scoprire le bestemmie grottesche, le insolenze metafisiche e le putrescenze incancrenite nascoste – ma neanche poi così nascoste – nelle poesie del “Fabbro della parola”.

Ma andiamo con ordine: parlavamo di Agate Negre e di irrisolte crisi religiose. Agate Negre, infatti, è il nome del primo ciclo di poesie; quello che poi, sfoltendosi da una parte e ispessendosi dall’altra, darà vita agli “Accordi di parole”.

E’ il prodotto, questo, di una incredibile, magmatica, inquieta esperienza di vita: Arghezi, dopo aver abbandonato giovanissimo gli studi, aver lavorato come scalpellino e come operaio in un zuccherificio, dal 1899 al 1905 si è rinchiuso nel monastero di Cernica. Diventò poi diacono della chiesa metropolitana di Bucarest e andò a Friburgo per approfondire gli studi di teologia. Arghezi, come si può intuire, non era pertanto un letterato, e la sua poesia è tutto fuorché sentimentale – in senso schilleriano/leopardiano. E’, come disse N. Balota, “susseguente alla creazione”; è una poesia dove “il gesto dell’artigiano detiene primato” e dove “l’idea segue l’atto”. Cosa curiosa questa perché, a ben guardare, molti iconoclasti delle avanguardie novecentesche sono stati prima di tutto dei teorici della rivolta.

Ma non Arghezi; di teorico lui, un po’ come il connazionale G. Bacovia, aveva ben poco. E non si prendeva certo sul serio:

“Mi era venuta voglia, non so perché, di rinforzare le parole e di nascondere dentro ognuna di loro un pallino di piombo. […] Non ho cercato, Dio me ne guardi, di fare letteratura, ma ho cercato le parole che saltano e le frasi che camminao da sole. […] Mi sono messo a fare delle molle per le parole, perché potessero saltare. […] A volte, piuttosto spesso, ho distorto apposta le molle, per vederle saltare storto. […] La verità è che ho scompigliato le parole con i miei accordi di parole e loro hanno messo in crisi i maestrucoli colpiti dall’impotenza di giocare. […] Non ho fatto niente altro; ho giocato”.

Dio: ucciderlo, pregarlo, palparlo?

Il mondo degli “Accordi di parole” è un mondo alla rovescia, dove valgono le conseguenze della Caduta dal paradiso. Un mondo dove Arghezi si muove, ebbro di delirio e di angoscia, alla ricerca di Dio; e si muove ulcerato dall’incapacità di trovare equilibrio tra la genuflessione e la bestemmia, tra la negazione e la fede, tra il dubbio e la speranza, tra il titanismo – parente degenerato del titanismo romantico – e l’invettiva contro la divinità.

“Sei tu il mio falco che cerco?” chiede in un “Salmo” Arghezi a Dio, “Ucciderti o inginocchiarmi a pregare?”.

Ma attenzione a prendere sul serio queste parole così accorate: non appena il tono della poesia sembra elevarsi, Arghezi, da buon saltimbanco, ci pugnala a furia di cortocircuiti: quando meno ce lo aspettiamo, i suoi versi, da elevati collassano nel ridicolo, nel grottesco, in frasi banali fini a stesse, e che spesso che non c’entrano davvero nulla col discorso; come fossero – è il caso di dirlo – interferenze di schizofrenica diarrea all’interno di un discorso serioso.

Così, in un altro “Salmo” – così si chiamano molte poesie della prima raccolta – , alla prima strofa Arghezi sembra sussurrare, in tono di preghiera e sottomissione, “Senza parole è la mia preghiera / e il mio canto, Signore, è senza voce. / Non ti chiedo nulla. Nulla ti ricordo. / Della tua eternità non son neppure un’ora”. E alla terza strofa, invece, quasi in preda ad un delirio maniacale, pare urlare esaltato: “Il mio occhio è vivo, la mia forza intera / e ti scruto attraverso la tua bianca veste / perché possa comprender la mia mente / non inginocchiata sulla terra a natura” … ma non era umile prima? E così fino alla spiazzante chiusura, in cui Arghezi si “converte” in chierichetto psicopatico: “Sono, Signore, ricinto come un giardino, / in cui pascola un puledro”.

La firma di Arghezi

Arghezi non sa chi è Dio, lo vede ma non sa dove, e sempre in forme diverse, ma quel che è certo è che ne ha un estremo bisogno e a volte, quasi frustrato, lo ingiuria con queste parole: “Ti sei mostrato spesso alla creatura, / ma sempre in vesti di imperatore, /soltanto offeso e minaccioso: / di te anche le aquile avevano timore”. E’ questa volta il Dio terribile dell’antico testamento.

Duhovniceasca”, “Confessionale”, sintetizza gran parte delle mancate sintesi di Arghezi in quanto a religione.

Cine-i acolo? Răspunde!
De unde vii şi ai intrat pe unde?
Tu eşti, mamă? Mi-e frică,
Mamă bună, mamă mică!
Ţi s-a urât în pământ.
Toţi nu mai sânt.

Chi è là? Rispondi!

Donde vieni e per dove sei entrato?

Sei tu, mamma? Ho paura,

mamma buona, piccola mamma!

Ti è venuta a noia la terra.

Non c’è più nessuno.

Qui, oltre al tema religioso, affrontato in maniera grottesca su un tappetto che coincide con le rovine del mondo (“Non c’è più nessuno. / Tutti sono partiti, da quando sei partita. / Tutti sono distesi, come te, tutti sono notte, / tutti sono morti del tutto- / Anche Grivei ha arrovesciato il muso / ed è caduto. I campi di grantusco sono gerbidi, / son seccati il basilico e i gelsi. / Son volate dalla grondaia della luna / si son dsperse rondini e rondoni. / Gli alveari sono deserti, / i pioppi di color mattone, / le pareti cadenti- L’aia è imputridita”), si enucleano le cifre stilistiche della poesia di Arghezi: un primo verso che sa da incipit di un romanzo, e soprattutto una sapiente riproposizione della tradizione, sia a livello lessicale che a livello di atteggimenti stilistici (la forma dialogica ne è un chiaro esempio). Grivei, invece, è naturalmente un nomignolo di cane.

Altre volte, Dio è invece, per Arghezi, la natura in senso panteistico: in “Har”, cioè “Grazia”, assistiamo alla fecondazione delle patate. Le patate, in questa poesia, sono “puerpere”, gravide, e “stanno per figliare”. E “la grazia è passata in loro / verginale, candida, nubile, / divinamente”. L’Altissimo, invece, “si degna / di calare i suoi utensili santi / nei tubercoli”. Non credo occorra spiegare i doppi sensi qui scomodati.

In definitiva, forse è vero quanto ha detto M. Cugno, suo maggiore traduttore italiano assieme a nientemeno che S. Quasimodo, e cioè che l’atteggiamento religioso di Arghezi è, nonostante l’ossessione del divino, agnostico. Ma sarebbe sbagliato definire Arghezi un non religioso: ad esiti religiosi spingono il suo bisogno di risposte, il disprezzo per un mondo dove pure le cose morte muoiono, la concezione della storia come totale fallimento, e una salvezza che, come abbiamo visto in “Confessionale”, è riservata solo, forse, al singolo.

I “Fiori di muffa” e le poetiche putrescenze: masturbatori seriali, obitori, topi

Comunque, nonostante non sia sottesa nella poetica di Arghezi una organicità e coerenza di fondo, con questa raccolta delirante, Arghezi scese “come un bolide” nella poesia romena. Ma, e lo vedremo tra poco, un delirio ancora più parossistico, lo troveremmo nella raccolta successiva: “Fiori di muffa”, che fa il verso ai “Fiori del male” di un certo Baudelaire.

Dopo aver lasciato Friburgo Arghezi si trasferisce in Francia, e qui svolge lavori davvero poco intellettuali: fa l’orologiaio, lo scaricatore nei mercati di Parigi, vende giornali, ingravida qualche donna. E, soprattutto, conosce per due volte l’esperienza dolorosa del carcere: la prima volta per i suoi pamphlet al tempo dell’occupazione tedesca durante la prima guerra mondiale, la seconda volta, nel 1943, per un altro pamphlet contro l’ambasciatore tedesco.

E’ da queste esperienze che fioriscono o sfioriscono i “Fiori di Muffa”, graffiati “sull’intonaco / sul fondo di una nicchia vuota, / al buio, in solitudini, / con le unghie della mano sinistra”. Si tratta di una raccolta in cui Arghezi abbandona del tutto le inquietudini metafisiche, e ci porta in un mondo, questa volta paradossalmente fin troppo reale, di cadaveri di contadini, di zingare coltellate, di prigionieri in catene, di carcerati che si masturbano, di esseri androgini, di guardiani di obitori interessati ai cadaveri delle ragazze, di capi rom che spazzano il piazzale… e cos’altro? Molto altro.

La raccolta si apre proprio con la poesia “Fiori di muffa”, che funge sia da dichiarazione di poetica che da anticamera al mondo decomposto, necrofilo, grottesco, criminale, volgare, tragicomico di Arghezi. Ma per chi storce il naso, forse dovremmo dire che Arghezi ci accompagna, semplicemente, nel mondo; pure nel vostro. In particolare, qui di seguito, all’interno di una putrida cella carceraria, assieme a Patru Marin:

Gem si zbier ca un mut.
Mi-a lovit strechea
Si coapsa si gura si urechea.

Gemo e mugolo come un muto.

L’estro mi ha punto

le viscere, la bocca e l’orecchio.

Non è semplice capire, fin da subito, che Arghezi sta parlando di un carcerato che si masturba. E non appena è chiaro, ecco pronto un cortocircuito: “Ora sotto la luna / le coppie stanno insieme”, espressione oltremodo banale e ridicola, che si insinua senza ragione, e non fa altro che incrementare delirio al delirio. Fino alle strofe finali, che chiudono il quadretto pornografico col solito divieto metafisico (“Nessun miracolo accade”) e con un lessico, direi, quasi giuridico.

… i topi dell’obitorio

E poi troviamo il cadavere di “Ion Ion”, descritto nella sua realtà orripilante, nei suoi particolari anatomici: “Per tre notti i topi l’hanno rosicchiato / e la sua bocca bavosa è come di mastice”, e poi: “Se lo posi forse sta in piedi / ma il braccio è floscio, spezzato”, e infine, la macabra chiusura finale: “sul suo corpo chiazzato e peloso / son morti a grappoli anche i pidocchi”.

Sarebbe da ridere nel pianto, perché qui c’è sì tutto un espressionismo grottesco che rimanda al primo G. Benn della “Morgue” – non di certo a quello appesantito dalla metafisica – o a quello dell’Ofelia incancrenita del grande V. Holan. Ma c’è, soprattutto, la profonda empatia che lega Arghezi agli ultimi, ai disperati, agli oppressi, ai vinti dalla storia. In questi Arghezi vede cocci di grazia divina e, un po’ come per i gitani o i negri Lorca, l’unica possibilità di redenzione per l’umanità.

Proseguendo il cammino mano nella mano con Arghezi scendiamo nei sottosuoli della Storia (“Dimineata”) fino ad uno obitorio, dove si contano i morti.

Aznoapte, cu luna si plopii,
Opt bolnavi au dat ortul popii.
De foamea si chinul rabdarii
Lipita li-i burta de sira spinarii,
Si-n fundu-i, distrat si ridicul,
Ocheste sinistru buricul.

Questa notte di luna e di pioppi,

otto malati se ne sono andati.

Per la fame lunga e di stenti

hanno il ventre incollato alla spina dorsale,

e sul fondo, distratto e ridicolo,

occhieggia sinistro l’ombelico.

Non è una mano a scrivere; bensì una penna… gelida personificazione. Arghezi poi qui è spettacolare: il corpo della donna, nonostante sia cadavere, tenta comunque di richiudersi in se stesso, come un bacello, come un fiore richiuso all’incedere della notte. E nonostante ciò, i guardiani, che sono vivi, e forse proprio perchè hanno in se la vita, sporcano di volgarità la putrescente eleganza di questa povera donna “sulla pietra”, il cui corpo ospita la morte. E’ un calderone dove le polarità, i contrari impazziscono fino a smarrirsi in una immane, psicotica vertigine cosmica.

…infine gli zingari

Mescolando sapientemente, oltre alle forme tradizionali, quelle moderne, il maestro Arghezi assimila come una spugna malvagia anche il lessico dell’argot, ovvero quello dei bassifondi dei quartieri rumeni. E ci conduce non solo nelle galere e negli obitori, ma anche tra gli zingari; tra questi troviamo la bella Tinca.

Vezi, Năstase osânditul
Nu te-a pătruns decât o dată;
Şi atuncea toată,
Cu tot cuţitul.

Vedi, Nastase il galeotto

solo una volta ti ha penetrata;

ma da parte a parte,

con tutto il coltello.

Mirabile come Arghezi si diverta a “lasciare” la penna ai discorsi banali e retrogradi del popolo, scrivendo come guidato dalle voci invidiose del volgo “Non hai voluto dire / a nessuno / dove passavi le notti, / dolce puttana, col mughetto di maggio!”. E prima di specificare che Tinca è stata penetrata “da parte a parte, / con tutto il coltello” –  chissà quale valore semantico avrà il termine coltello – il Maestro Arghezi, come un barbone ubriacone e disperato che, di fronte ad un amico rispettabile tenta di darsi un tono, concede anche un “professionalissimo” punto e virgola.

Maestro Arghezi, To’! Prendi una sigaretta

In “Fiori di muffa”, comunque, non è dato capire chi sia Arghezi, giacché Arghezi sembra essere Tutto; perché di tutto scrive, perché il suo stile è ora elevato ora bassissimo fino alla bestemmia, perché non c’è nulla che non sembri essere vittima della sua mortale ironia, tanto meno se stesso. Forse, un autoritratto abbozzato, lo troviamo in “Fatalaul”, “Androgino”. Ecco l’ultima strofa: “Da tanti accoppiamenti e unioni, / tu sei venuto fuori ladro di strada maestra. / To’! prendi una sigaretta”.

Ma non finisce qui: Arghezi, dopo i Fiori di muffa, ha preso in giro pure il regime: ad Arghezi venne impedito di pubblicare dal ’47 al ’55. E’ in quegli anni che, per togliersi da questo impiccio, scriverà raccolte sospettosamente dedicate al regime socialista, come “L’inno all’uomo”.

E ci viene da chiedere, a quel volto occhialuto e a quei baffetti, a quella bocca serrata che stringe l’eterna sigaretta, perplessi: ma, Maestro Arghezi… ti sei sottomesso al regime? Ma credi nell’uomo nuovo? Ma dimmi, li hai presi in giro tutti? Sei proprio un paraculo polimorfo! Rispondi, non ridere; ma cosa c’è da ridere?… vabbé, ho capito. Anzi, non ho capito proprio nulla.

To’! Prendi una sigaretta.

 

 

 

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